Decidiamo noi.
Cosa pretendiamo, cosa difendiamo, cosa costruiamo. E le quattro distinzioni che ci permettono di dirlo senza equivoci.
Tre fatti che nessuno serio mette in discussione
Non ci interessa contare gli “incidenti” — è un gioco di numeri che cresce con la diffusione di qualsiasi tecnologia, e non dice nulla. Ci interessa una domanda diversa: chi sa cosa, quando una decisione automatica ci riguarda?
Un colloquio scartato, una pratica respinta, un’offerta non mostrata. Non in un futuro distopico: oggi, in Italia, in pubblico e in privato.
L’AI Act e il GDPR ci sono. Funzionano davvero solo se i decreti attuativi nazionali — che si scrivono adesso — le rendono concrete e accessibili a chiunque, non solo a chi ha un avvocato.
Al tavolo dei decreti ci sono ministeri, autorità tecniche e — legittimamente — l’industria. Manca la voce di chi quelle decisioni le subisce. È a questo vuoto che rispondiamo.
Il manifesto, in quattro verbi
01 · Chiediamo
Non chiediamo regole nuove per chi usa l’AI: chi usa uno strumento è responsabile di come lo usa. Chiediamo regole — quelle europee che già esistono, applicate sul serio — per i casi in cui l’AI usa noi: quando un sistema decide qualcosa su di noi senza che lo sappiamo, senza che possiamo capirne la logica, senza riesame umano. È in quell’asimmetria che servono diritti esigibili. Non in più, non in meno.
02 · Difendiamo
I dati di chi parla, lavora, studia, si cura, vota. Le scuole dai sistemi sperimentali sui minori. Gli ospedali dalla dipendenza da un solo fornitore. Le piazze dai deepfake che le sostituiscono.
03 · Facciamo
Un sito firmabile, un tour nelle città, contenuti ogni giorno, un Processo Civico all’Algoritmo, un documentario per la memoria. Cinque cose concrete, in dodici mesi.
04 · Costruiamo insieme
#NonMiUserAI non è una bandiera da seguire. È un cantiere. Il manifesto non si riceve: si firma, si discute, si emenda.
Per capirci. E per non lasciare equivoci.
Quattro distinzioni, ognuna delle quali — letta da sola — sembra ovvia. Se anche solo una ti sembra falsa, allora non siamo d’accordo, ed è giusto che tu lo sappia. Se ti sembrano tutte e quattro ovvie, allora sei già con noi.
Quando io uso uno strumento, sono io il responsabile. Quando lo strumento usa me — decide su di me senza che lo sappia — la responsabilità è di chi lo progetta e lo governa. Non regoliamo l’uso: regoliamo la governance.
Se io e l’altro sappiamo entrambi cosa accade, l’AI è uno strumento neutro. Ma quando uno solo dei due sa, non è più un problema di tecnologia: è un problema di democrazia. Le nuove regole servono solo lì.
Non vogliamo proibire l’AI a nessuno, e non vogliamo che la proibiscano a noi. Vogliamo che chi la usa e chi la subisce sappiano cosa succede. La trasparenza non è una limitazione: è la precondizione di qualunque uso libero.
Non siamo contro né per la tecnologia: siamo per un contratto sociale che la riguardi — come per l’energia, la medicina, la sicurezza alimentare. Una società seria stipula contratti con le proprie tecnologie. Le tiene al guinzaglio della democrazia.
Venti articoli per una nuova cittadinanza.
Dieci diritti delle persone. Dieci doveri di chi sviluppa, vende, usa sistemi AI. Firmabili sul sito.
- Sapere quando un algoritmo decide di me.
- Capire la logica, in termini comprensibili.
- Contestare davanti a una persona umana.
- Non essere allenato: consenso preventivo, specifico, revocabile.
- Dubitare: watermark su immagini, audio, video sintetici.
- Distanza: non delegare a un chatbot affetti e dolore.
- Non sapere: scegliere di non usare l’AI senza penalità.
- Lentezza: pensare senza suggeritore automatico.
- Figlie e figli: i minori non sono laboratori.
- Futuro: le regole le scriviamo insieme.
- Dichiara quando un contenuto è generato da AI.
- Documenta fonti, versioni, decisioni. Accetta audit.
- Fonda ogni trattamento dati su base giuridica valida.
- Proteggi i minori: privacy e sicurezza by design.
- Non discriminare: misura e correggi i bias.
- Supervisiona: in welfare, salute, giustizia decide una persona.
- Consenti l’opposizione: diritti GDPR pieni.
- Non ingannare: niente dark pattern affettivi.
- Misura l’impatto: DPIA e FRIA pubblicate.
- Rendi conto: report annuale pubblico.